La metafora dell’Isola di Kant

“Il territorio dell’intelletto puro […] è un’isola, chiusa dalla stessa natura entro confini immutabili. È la terra delle verità (nome seducente!) circondata da un vasto oceano tempestoso, impero proprio dell’apparenza, dove nebbie grosse e ghiacci, prossimi a liquefarsi, danno a ogni istante l’illusione di nuove terre, e, incessantemente ingannando con vane speranze il navigante errabondo in cerca di nuove scoperte, lo traggono in avventure alle quali egli non sa mai sottrarsi, e delle quali non può mai venire a capo.” Critica della Ragion Pura, Kant

Nella Critica della Ragion Pura Kant analizza la capacità teoretica dell’uomo e i suoi limiti.
Nell’estetica trascendentale studia la sensibilità (l’insieme dei dati che il soggetto riceve dal mondo sensibile), nell’analitica trascendentale analizza l’intelletto (il modo in cui il soggetto organizza il materiale ricevuto dalla sensibilità, arrivando a conoscere il mondo) e nella dialettica trascendentale studia la ragione (intendendo così l’intelletto quando si spinge oltre i limiti dell’esperienza).
In riferimento a quanto detto, nel secondo libro della Critica della Ragion Pura, è contenuta una celebre metafora, quella dell’isola.
Kant paragona il territorio dell’intelletto a un’isola circondata da un vasto oceano tempestoso, impero proprio dell’apparenza, dove nebbie grosse e ghiacci, prossimi a liquefarsi, danno a ogni istante l’illusione di nuove terre, e, incessantemente ingannando con vane speranze il navigante errabondo in cerca di nuove scoperte, lo traggono in avventure alle quali egli non sa mai sottrarsi, e delle quali non può mai venire a capo”.
Il territorio dell’intelletto si fonda su qualcosa di solido, il terreno dell’esperienza sensibile. È il regno del fenomeno. E quello che l’intelletto conosce è conoscenza certa, è verità. La verità, infatti, poggia su un dominio di strutture conoscitive immutabili (le intuizioni a priori e le categorie dell’intelletto), che ricevono dal terreno dell’esperienza i dati e li organizzano. E così l’isola è il campo dell’analitica, separata dalla dialettica da un confine (le quali rientrano entrambi nella logica trascendentale).
E quando l’uomo si spinge oltre i confini dell’isola (e quindi oltre i limiti dell’intelletto e dell’esperienza, nel campo della dialettica), alla ricerca di nuove terre, del noumeno, il mare in tempesta ha sempre la meglio. Nonostante questo l’uomo è continuamente spinto a superare i propri limiti di conoscenza, senza sapere perché.  Questo significa però che nell’uomo vi è un’esigenza recondita di libertà. E ciò costituisce il legame essenziale fra la critica della Ragion Pura e le altre due critiche: il bisogno di trovare un motivo per la ricerca incessante della ragione, per l’esigenza di conoscere ciò che vi è di più profondo nella natura (l’aspetto noumenico).
Solo nella Critica del Giudizio Kant realizza appieno il programma del criticismo, tramite l’esposizione della finalità, precisamente nella forma del giudizio telelogico, con il quale l’uomo trova (anche se lo stesso Kant riconosce che di questo non si possa aver certezza) nel mondo della natura la stessa tensione, la stessa finalità, che sta alla base della sua volontà. Con la Critica del Giudizio diviene finalmente possibile affermare insieme necessità e libertà, quella libertà che nella Critica della Ragion Pura era negata. La parola chiave resta però sempre il se: se potessimo.
E sarà da questo esito del criticismo che partiranno il romanticismo e l’idealismo.
Proprio qui parte il dibattito idealista sulla razionalità logica, quel dibattito ha inizio esattamente dal rapporto fra fenomeno e noumeno.

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